Le luci di un’arena che si spengono, i cartelloni ancora accesi, l’eco dei motori che si allontana. Così finisce una promessa d’azione a tutta velocità: con un ultimo giro e un silenzio che racconta più di qualsiasi annuncio.
All’inizio era difficile non farsi prendere. Auto che esplodono in coreografie lucide. Eroi con mosse spettacolari. Un’arena fatta per farsi notare da lontano. Destruction AllStars arrivò su PlayStation 5 nel febbraio 2021, sviluppato da Lucid Games, e subito entrò nel catalogo di PS Plus per i primi mesi. Scelta intelligente. La base installata era ancora piccola. Il passaggio “in abbonamento” rese più facile riempire i server.
Poi il primo scarto. Finita la finestra PS Plus, il gioco scese di prezzo in modo netto. Segnale chiaro: servivano nuovi ingressi. Arrivarono modalità, eventi a tempo e un modello stagionale più marcato. Qualche aggiustamento funzionò. La guida era agile, le collisioni avevano presenza, le mappe brillavano. Ma la percezione rimase sospesa. Cos’era, davvero, Destruction AllStars? Un party game? Un competitivo da classifica? Un derby distruttivo con eroi?
Oggi la risposta è secca. Sony ha messo fine al capitolo “live” del progetto. Niente giri di parole: la chiusura del servizio ferma il cuore del gioco. Le modalità online perdono ossigeno. Non ci sono numeri ufficiali sui giocatori attivi. Non ci sono report pubblici su ricavi e retention. Ma il segnale è evidente. Quando un live service si spegne, significa che il rapporto tra costi di gestione e pubblico non regge più.
La concorrenza era feroce. Rocket League presidia da anni il divertimento “pick-up-and-play”. Fortnite stringe la platea casual e quella “core” con eventi e creatività senza sosta. Overwatch 2 inghiotte chi cerca squadra e ruoli. In mezzo, Destruction AllStars faticava a dire “gioco solo io” e a dirlo ogni sera.
C’è anche la questione identitaria. Personaggi carismatici, sì. Ma l’auto contava più dell’eroe, salvo poi chiedere al giocatore di scendere e correre a piedi. Molti l’hanno amata come idea. Altri l’hanno trovata dissonante. Nel frattempo, la community rallentava. Code più lunghe, lobby incompiute, qualche partita con bot che rompeva l’illusione. Se accade una volta passi. Se accade spesso, smetti di aprire l’icona.
Resta una lezione semplice. I live service non vivono di singoli picchi. Vivono di abitudini. Richiedono eventi credibili, sfide che motivano, ricompense che fanno dire “domani torno”. Richiedono, soprattutto, chiarezza: cosa sei, perché devo restare, cosa imparo dopo dieci ore che non sapevo dopo una. Qui il gioco è rimasto in mezzo a due strade, brillante ma instabile.
Resta anche l’odore di gomma bruciata di un’idea che poteva andare. Il contatto, le scie, l’attimo in cui prendi la traiettoria giusta e mandi in frantumi l’auto avversaria. Quella sensazione era vera. Lo era davvero.
Non sappiamo se Lucid Games riprenderà il filo in altro modo. Non ci sono dettagli pubblici su progetti successivi legati all’IP. Ma sappiamo questo: ogni chiusura apre un vuoto. E i vuoti, nel gioco online, durano poco. La domanda è sempre la stessa. Quale arena accenderà la prossima luce, e cosa farà per non spegnerla così in fretta?