Sentenza storica per proteggere i videogiochi: cambia la legge

Videogiochi e tribunale ultimamente si incontrano solo per questioni discutibili ma stavolta vi parliamo invece di qualcosa di molto positivo che aiuterà a far cambiare prospettiva soprattutto a tanti hater leoncini spelacchiati da tastiera.

Sentenza storica per proteggere i videogiochi: cambia la legge
Sentenza storica per proteggere i videogiochi: cambia la legge (foto: Sigmund By Unsplash)

La storia riguarda un team di sviluppo in Giappone, un videogioco e un ora noto soggetto che aveva inviato minacce di morte. Succede anche questo. Il team aveva infatti ricevuto minacce di morte attraverso il form di contatto sul sito ufficiale. Due anni di indagini ma soprattutto la volontà di non prendere sottogamba questi messaggi e finalmente il soggetto in questione è stato portato davanti a un tribunale e condannato per le sue parole.

Se un videogioco o qualcosa non ci piace abbiamo il diritto di esprimere le nostre idee e questa sentenza non è un modo per zittire le critiche. Quello che non è accettabile è che si trascenda l’oggetto e si arrivino a scrivere minacce dirette all’incolumità di chi lavora. Solo una mente disturbata può concepire una cosa del genere? Forse sì, ma quanti scrivono sotto i post e sotto gli articoli parole inutilmente violente e frustrate solo perchè uno sviluppatore sposta una virgola?

Videogiochi: i messaggi di morte sono minacce

Sentenza storica per proteggere i videogiochi: cambia la legge
Sentenza storica per proteggere i videogiochi: cambia la legge (foto: Fausto Sandoval Unsplash)

La storia che ha coinvolto lo studio di sviluppo giapponese Arika ha dell’incredibile ma, in fondo, non ci stupiamo. Tutto inizia nel 2019 quando dal form di contatto arrivano da un allora sconosciuto soggetto minacce dirette al team e anche a uno dei dirigenti.

Quelli di Arika non hanno cestinato nè messo tutto nella cartella dello spam e hanno invece subito contattato le autorità e sporto regolare denuncia. Si è così avviata una indagine che nell’ottobre 2020 è culminata con l’identificazione del mittente. Anche in Giappone la legge è lenta e siamo arrivati a una sentenza di condanna solo a inizio ottobre di quest’anno.

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Ma la notizia non è che ci sono voluti due anni, bensì che un tribunale ha riconosciuto nell’inviare messaggi di morte a uno sviluppatore un reato vero e proprio. Ed è stato possibile solo perchè quelli di Arika hanno deciso di dare il giusto peso a quello che era stato loro inviato.

Troppa gente crede ancora che sui social, o su internet in generale, si possa davvero dire e fare la qualunque perchè tanto è tutto finto o perchè tanto non mi troveranno mai. E’ vero, i social non sono la vita reale ma in un certo senso lo sono comunque e perchè dovremmo avallare online comportamenti che non accetteremmo di persona? Brutte notizie quindi, la giustizia vi troverà e vi metterà in mutande. E vi farà passare la voglia.